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Inchiostro simpatico - Giornalino on-line

​Il giornalino “Inchiostro simpatico” nasce con l’intento di far conoscere le iniziative promosse all’interno del nostro Istituto e di raccogliere le migliori espressioni creative dei nostri alunni.
Tutti gli alunni possono proporre articoli, interviste o loro produzioni da pubblicare e naturalmente i docenti sono invitati a segnalarci iniziative o testi.
Da quest’anno, in una rinnovata veste grafica, ha un aspetto più simile ai giornali tradizionali, ma … non fatevi trarre in inganno! I redattori stanno infatti preparandosi ad utilizzare le nuove tecnologie e, spulciando qua e là nel nostro giornalino, troverete, oltre agli articoli tradizionali, anche qualche podcasting!
Per chi, invece, vuole rileggere un articolo o curiosare tra le edizioni degli anni passati, in "Cerca - Archivio anno" può selezionare l'anno interessato.
Responsabili del Progetto Giornalino: proff. Rossi Margheria e Serpillo Antonietta
Redattori: gli alunni e gli insegnanti della Scuola Secondaria di Primo Grado

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Anno scolastico 2017-2018

Maria Vittoria Nicora della scuola secondaria di primo grado illustra la seguente storia

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Isacco Martinelli della classe 2aE della scuola secondaria di primo grado G. Galileo ha scritto il seguente articolo

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Il 14 gennaio 2018 Genet, Simone ed io, accompagnati dalla professoressa Cattafesta e dalle maestre Francesca ed Eleonora, siamo partiti per Oporto, in Portogallo per iniziare la nostra prima avventura in Erasmus.

Le famiglie portoghesi, che ci avrebbero ospitato, ci aspettavano a braccia aperte all’aeroporto, con tanta voglia di conoscerci: sentimento reciproco!

Lara, la mia corrispondente, e i suoi famigliari mi hanno portato a fare un tour nella downtown di Oporto, una città tutta su e giù e piena di meravigliosi monumenti.

Con il gruppo Erasmus, composto dai Paesi Spagna, Romania, Portogallo e Italia, abbiamo visitato il museo del tram e della caravella, che illustrava tutte le vie commerciali percorse dai marinai nel 1500 per arrivare alle Indie.

Durante il nostro soggiorno, i ragazzi portoghesi ci hanno mostrato la loro scuola: era tutta colorata, con una splendida biblioteca.

Inoltre abbiamo fatto una gita a Guimaraes, dove abbiamo visto un castello medievale, e a Braga, dove abbiamo visitato la città e la cattedrale.  

E’ stata un’esperienza davvero interessante!!!

 

Emma Castiglioni, 2^E

Io, Emma, Simone, le due maestre Eleonora e Francesca e la prof. Cattafesta siamo atterrati a Porto, una città sulle colline del Portogallo, con tanta storia alle spalle.
I Portoghesi sono molto più espansivi rispetto a noi.
Facciamo un esempio: la prima volta che ho incontrato la famiglia che mi avrebbe accolto, una loro amica poco ci manca che con i suoi abbracci mi strozzi. Sicuramente i miei poveri polmoni si sono rimpiccioliti di due taglie!!!
La settimana l'abbiamo passata visitando la città, i musei, i castelli …
E' stata una settimana costruttiva e divertentissima.
Con i miei due compagni Emma e Simone mi sono trovata bene, anzi benissimo.
Tanti momenti mi sono rimasti quasi impressi a fuoco nel cuore, come quando uno dei professori portoghesi (per la precisione il professor Antonio) ha “litigato” con Simone, affinché mangiasse qualcosa, o come quando Emma ha cercato di giocare a calcio.
Ci sono state tantissime risate.

P.S.
Questo viaggio non poteva essere più bello di così!!!!!!

Gennet Antognazza

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Si va in Portogallo....

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Robert Parmel era una navigatore appasionato di storia ed abitava in Germania. Aveva compiuto molte esplorazioni e viaggi con la sua nave e il suo equipaggio fidato.

Un giorno a Robert venne l'idea di partire per un'altra esplorazione. Decise di andare in Asia, circumnavigando l'America. Lo propose al suo equipaggio, che accettò volentieri. Poi partì.

Il suo viaggio proseguiva in modo lineare, ma una notte si imbattè in una tempesta, che distrusse la sua nave. Tutti morirono, tranne Robert, che riuscì a sopravvivere reggendosi ad un'asse di legno, poi svenne.

La tempesta si calmò.

La mattina dopo l’uomo si svegliò e si ritrovò sdraiato su della sabbia rossa. Si guardò attorno e non vide nient'altro che acqua di color blu scuro e sabbia.

Realizzò che era approdato su un'isola. Disperato iniziò ad urlare ed a chiamare tutti i nomi dei suoi compagni di viaggio, non rispondeva nessuno. Robert, però, non si arrese ed iniziò a esplorare l'isola. Il sole era caldo; lui era stanco, triste, voleva rivedere la sua bella Germania, la sua famiglia e i suoi amici, sopratutto aveva fame e sete. Decise di non darsi per vinto ed incominciò a camminare. Trovò una foresta. Con la speranza di scovare del cibo e dell'acqua non salata, si addentrò in essa. Nella foresta c'era fresco, essendoci ombra. Robert ne sentì refrigerio, ma non riuscì né a dissetarsi, né a sfamarsi.

Ad un certo punto sentì delle voci. Quelle voci si fecero sempre più vicine. Diede un'occhiata a cosa stesse succedendo, anche se non vedeva bene (perchè aveva perso i suoi occhiali). Notò che c'erano degli uomini che stavano rincorrendo una persona, però non capì se fosse maschio o femmina. A Robert non importava di che sesso fosse l'inseguito, lui era sempre stato una persona pura di cuore e gli piaceva aiutare gli altri. Vide che era un uomo. Decise allora che, quando fosse stato un po' più vicino a lui, gli sarebbe saltato addosso per spostarlo, in modo da salvarlo. Arrivò quel momento. Robert prese una bella rincorsa cadendo addosso allo sconosciuto e spostandolo a destra, in quel modo fece perdere l'orientamento agli inseguitori.

Quando Robert aprì gli occhi, vide che l'uomo a terra aveva la carnagione chiara, i vestiti strappati e un pugnale nella cintura. Robert gli chiese se stesse bene e notò che l'altro lo stava squadrando con gli occhi. Robert non capì.

L'uomo lo guardò attentamente e gli disse un "grazie" in inglese. Robert comprese che era un inglese e pensò di poter conversare tranquillamente con lui, visto che conosceva molto bene quella lingua. Gli chiese chi fosse. L'uomo gli disse che si chiamava Inca Forest e che era partito dalla Scozia con l'intento di arrivare in Asia, circumnavigando l' America.

Robert fu contento di aver trovato una persona che come lui fosse naufragato in quell'isola. I due naufraghi ricominciarono a camminare ed iniziarono a raccontarsi le loro avventure vissute fino a quel momento.

Arrivarono davanti ad una grotta e vi entrarono. Stavano tutti e due morendo di fame, Inca sopratutto: erano tre giorni che non mangiava, a tal punto da prendere il suo pugnale ed uccidere Robert.

Così fece e Robert morì.

 

Anna Baccari, classe II E

Antonietto era un bambino alquanto strano. Con i capelli color arancione mandarino che si ritrovava, suo nonno faceva fatica a riconoscerlo tra le carote del suo orto.

Antonietto aveva gli occhi chiari, ma talmente chiari che, quando indossava i suoi enormi occhialoni da vista color verde fosforescente, cioè sempre, sembrava non avere capacità visive.

Il bimbo era basso, molto basso, non sembrava avere l’età di 10 anni.

Ad Antonietto piaceva il colore fucsia. Tutto nella sua camera era di colore fucsia: le lenzuola, la scrivania, la sedia e le tendine della finestra. Antonietto aveva obbligato anche il suo grasso gatto Gino a vestirsi di fucsia. Il bimbo aveva dipinto anche le unghie del micio di quel colore.

Antonietto era appassionato di tecnologia. Il salottino della casetta dove abitavano il bambino e i suoi nonni era completamente occupato da apparecchi tecnologici: due televisioni (una delle quali era appesa al muro), una playstation, due cellulari, un telefono fisso e due computer (uno grande e uno piccolo). La nonna era costretta a cucire sedendosi su una delle due televisioni. Antonietto se ne lamentava sempre, al punto che la nonna dovette mettersi a sedere sugli scalini d’ingresso.

Quel giorno Antonietto si era svegliato di buon umore, pronto a riprendere il gioco che aveva dovuto smettere di utilizzare la sera prima, dato che la batteria dei telecomandi si era scaricata. Quando raggiunse la nonna in cucina, ella lanciò un grido disumano, indicando spaventata Antonietto. Lui, a sua volta, si indicò spaventato e, dopo minuti interminabili di grida, il nonno li raggiunse correndo. Dopo una lunga spiegazione a gesti, fatta dalla nonna, il nonno capì e si mise ad urlare anche lui. Con un sospiro frustrato il bambino raggiunse il bagno e si guardò allo specchio. Sulla punta del naso aguzzo di Antonietto si stagliava un enorme brufolo rosso, prossimo a scoppiare. I nonni costrinsero Antonietto ad andare dal medico, che tranquillizzò la nonna. Ella era sicura del fatto che suo nipote stesse per morire.

Un’altra volta accadde che il grasso gatto Gino stette male. Vomitò sul cellulare di Antonietto, che in un primo momento volle strozzarlo, poi ci ripensò e decise di portarlo dal veterinario. Quel giorno i nonni del bambino erano partiti per andare a trovare zia Emilia, che si era sentita male, quindi Antonietto non ebbe la comodità di un viaggio in macchina. Si arrangiò con una carriola ed un ciuccio. Infilò il gatto nella carriola e gli mise in bocca il ciuccio. Almeno, a parer di Antonietto, non avrebbe vomitato. Si sbagliava. Le scarpe nuove e bianche del bambino assunsero un colore giallastro, molto carino secondo le bambine che lo osservavano. Il viso di Antonietto diventò dello stesso colore dei suoi capelli.

Un’altra volta ancora Antonietto fece una figuraccia con la bambina di cui era innamorato. La invitò a fare una merenda a casa sua. Il pomeriggio non si concluse ottimamente: Antonietto bruciò i muffin che stava cucinando, la bambina per poco non morì strozzata a causa dei biscotti particolarmente friabili che le aveva offerto il bambino, il grasso gatto Gino vomitò sulle ballerine rosa della bimba e Antonietto mandò a fuoco la cucina. La bambina non si fece mai più vedere.

 

Aurora Naso

classe 2^E

Il 4 dicembre noi ragazzi della prima B ci siamo recati alla biblioteca di Tradate per un’immersione nei libri. La bibliotecaria ci ha accompagnati in questo breve ma intenso viaggio. Subito ci ha domandato: “Per voi il libro cos’è?” e tutti abbiamo risposto in coro: “Noia!” A questo punto ha cominciato a mostrarci dei libri molto strani: il libro sbilenco, il libro esplosivo, il libro fatto di plastica per usarlo nella vasca da bagno, il libro pop up.. Uno tra questi era davvero fantastico: aveva molte pagine con intagliate delle figure che sovrapposte formavano delle quinte di un teatro. Ci ha anche spiegato che i libri bisogna leggerli solo se ti piacciono altrimenti si può anche non finirli, infatti i libri si leggono per il piacere di farlo o per curiosità non perché qualcuno ci interroga. Insomma alla fine abbiamo capito che leggere è una cosa bella. A questo punto abbiamo scelto un libro da portare a casa e quasi tutti ci siamo fiondati verso lo scaffale degli horror. Sulla strada del ritorno eravamo così presi dai nostri libri che ci siamo messi a leggere mentre ci incamminavamo verso la scuola. La bibliotecaria forse è riuscita a cambiare la nostra idea di libro tanto è vero che chi non aveva ancora la tessera della biblioteca una volta tornato a casa ha chiesto ai genitori di farla perché vuole iniziare a leggere.

                 

             

La classe I B

Quest’anno abbiamo partecipato al concorso “Scrittori di classe” che aveva come tema lo sport. Non abbiamo vinto, ma come direbbe De Coubertin “l’importante è partecipare”.

UN’AMICIZIA SU DUE RUOTE

“Questa salita è al di sopra delle mie capacità, non posso farcela”, stavo quasi per fermarmi, ma poi mi sono voltato e ho visto Peter che con gli occhi mi incoraggiava, mi sono concentrato e ho pensato alla prima volta che feci quell’altra salita, la salita che mi svelò la mia passione per la bici, le mie abilità, il mio divertimento ma soprattutto il mio amico: Peter.

Quel giorno ero preoccupato di non arrivare in tempo alle lezioni e così presi una ripida scorciatoia. Diedi la prima pedalata e non mi sembrò più così ripida, arrivai a metà e cominciai a sentirmi mancare il fiato perciò mi fermai. Vidi dei ragazzi che si divertivano ad impennare e a saltare, per me era una cosa sciocca e pericolosa, ma loro si divertivano e questo era la cosa importante. Il giorno dopo uno di quei ragazzi stava pedalando a fatica su per la salita sbuffando, arrancando e sudando senza un minimo di stile, sembrava un gorilla arrabbiato. Io lo superai e mi sentii come se avessi vinto una gara. Miglioravo giorno dopo giorno. Dopo aver battuto Peter molte volte cominciai a sentirmi in colpa così andai da lui e gli chiesi se dopo la scuola voleva venire ad allenarsi con me. Ho scoperto che Peter ha un gran cuore ed è molto simpatico. Dopo scuola ci vedevamo sempre e percorrevamo lunghissime strade sterrate oppure giravamo per il paese. Ci piaceva sfidarci e se in salita vincevo sempre io, che sono piccolo e scattante, in pianura vinceva sempre Peter che è alto e potente. Eravamo sempre su un sellino e andare in bici era la nostra passione e man mano che pedalavamo le nostre gambe diventavano sempre più muscolose e robuste e le salite non ci sembravano più così faticose. In una bella giornata di primavera Peter mi confidò: “Sai, Filo, con questa bici mi sembra di volare un giorno spero di diventare un grande ciclista”.  “Lo guardai dritto negli occhi: “È anche il mio sogno, mi piacerebbe partecipare al Giro d’Italia”. Da quel momento iniziammo ad allenarci seriamente, soprattutto nella resistenza e negli scatti. Davamo il meglio di noi, volevamo diventare a tutti i costi ciclisti. Un pomeriggio io e Peter uscimmo per allenarci appena dopo pranzo e tornammo alle 19.30: non avevamo svolto nemmeno i compiti e così arrivò il cinque in matematica e la punizione dei nostri genitori: saremmo stati in castigo senza poter uscire per due settimane. Era terribile: avremmo perso tutti i risultati raggiunti con tanta fatica. A metà della prima settimana di agonia io e Peter decidemmo di parlare con i nostri genitori quella sera stessa. Mi ero preparato mentalmente il discorso e le risposte a tutte le loro obiezioni. Inizialmente mamma e papà si alzarono in piedi pronti al combattimento e si misero a strillare: “Tu, che non hai fatto il tuo dovere, ora vieni da noi a chiederci di sospendere la giusta punizione. Giammai!”. Poi però scendemmo a patti: avremmo potuto correre in bici per almeno due ore al giorno, ma solo dopo aver svolto tutti i compiti e se avessimo preso brutti voti l’accordo sarebbe saltato.

Poi arrivò quel giorno, durante una gara vedemmo la persona che fece quasi sparire la nostra amicizia: l’allenatore della squadra italiana di ciclismo junior. Un giorno mentre correvamo come sempre in bicicletta un signore che ci aveva osservati per tutto il tempo ci interruppe: “Ciao, ragazzi. Io sono il signor Smith, uno scopritore di talenti che cerca appassionati di ciclismo. Vi dovrete allenare molto se volete intraprendere questo percorso, ma potrò portare con me nella squadra italiana di ciclismo junior solo uno di voi due.”. Da quel giorno io e Peter ci allenavamo ognuno per conto nostro perché entrambi volevamo vincere. Dopo settimane di duro allenamento finalmente arrivò il giorno della gara. Eravamo entrambi sulla linea di partenza pronti a dare il massimo. Al fischio partimmo come dei fulmini. Procedevamo entrambi alla stessa velocità. A volte io ero davanti a Peter, a volte il contrario. Eravamo bravi entrambi, ma uno solo di noi poteva vincere e dovevo essere io, Filo. Eravamo davanti al traguardo, mancavano ormai pochi metri…Peter inciampò in un sassolino minuscolo, perse l’equilibrio e cadde dalla bici. Rotolò giù dal monte mentre la sua bici si disintegrò sulle rocce. Mi voltai e vidi il mio amico a terra in mezzo alla strada. Frenai di colpo con tutta la mia forza prima di tagliare il traguardo e vincere la gara e rividi mentalmente tutte le avventure passate insieme. Mi ricordai con un sorriso di quella volta in cui andammo in campagna e vedemmo delle succose ciliegie rosse. Senza esitare scendemmo dalle bici e poiché l’albero non era abbastanza robusto per reggere il nostro peso Peter ebbe un’idea geniale: cominciammo a sbattere con la bici contro il tronco dell’albero per farle cadere e così ci riempimmo la pancia e le tasche. Poi ci venne in mente che forse l’albero era di qualcuno e inforcate le bici ci precipitammo a casa. Anche questa volta non esitai, scesi dalla bici e andai incontro a Peter, lo presi sotto l’ascella e gli dissi: “Peter, perché stiamo facendo tutto questo? Non voglio perdere un amico così prezioso”. Peter annuì ed insieme andammo a tagliare il traguardo non come concorrenti ma come veri amici. “Non me ne importa nulla della squadra” gridai al signor Smith “è più importante divertirsi insieme agli amici”. Poi mi rivolsi al mio amico: “Peter, perché stiamo facendo tutto questo? Non voglio perdere un amico così prezioso”. Lui annuì dolorante e subito dopo svenne. “Domattina verrò a trovarlo” brontolò il signor Smith e si allontanò con le mani in tasca. Io intesi a malapena le sue parole, continuavo a stringere la mano di Peter, avevo paura di perderlo per sempre.
                          

Il giorno dopo in ospedale Peter aprì gli occhi a fatica e cercò di mettersi a sedere, ma un dolore lancinante alla spalla e alla schiena glielo impedì. Mi alzai dalla poltrona di pelle marrone nell’angolo della stanza che ormai aveva preso la mia forma: “Oh menomale, pensavo che non ti saresti più svegliato!” esclamai. “Grazie” sussurrò Filo con la bocca impastata “avresti potuto lasciarmi lì, vincere e realizzare il tuo sogno, ma non lo hai fatto e te ne sarò per sempre grato”. In quel momento si aprì la porta ed entrò il Signor Smith. Lo guardai di traverso, ma lui ignorò il mio sguardo, si avvicinò al lettino di ferro di Peter e pronunciò pacatamente le seguenti parole: “Ragazzi, ho capito che voi due non potete essere separati, la vostra amicizia è il vostro punto di forza: vi voglio entrambi nella mia squadra”. Peter per almeno un mese non poteva toccare i pedali, ma io cominciai subito gli allenamenti con gli altri della squadra. Finalmente un giorno lo vidi arrivare agli allenamenti sulla sua bici e il cuore mi si riempì di gioia. Si affiancò a me e sorridendo mi disse: “Ehi Filo, siamo qui per vincere ma soprattutto per divertirci”.

E ora mi trovo sul podio più alto ad alzare la coppa delle regionali assieme alla mia squadra e soprattutto al mio amico Peter.

                                 

Classe III B

Le classi quinte della scuola “Dante” hanno realizzato questi disegni applicando la tecnica agamograph che è una serie di immagini che cambiano osservandole da angoli differenti. Questo lavoro prende il nome dello scultore israeliano Yaacov Agam che è nato nel 1928 e oggi è ancora in vita.

           

                         

                                        

“Ecco, finalmente ho finito” pensò Simon dopo aver posato la penna.

“Ci ho impiegato molto tempo, ma ci sono riuscito e sono abbastanza soddisfatto del mio lavoro” aggiunse.

Simon aveva infatti terminato il suo libro che parlava di un’avventura eccitante che aveva vissuto lui stesso, in prima persona, su un’isola deserta.

Tutto iniziò qualche anno prima, quando Simon, un giovane professore di grammatica al liceo, era partito con una nave insieme ad un suo amico di nome Jason, un valoroso esploratore che aveva scritto molti libri narranti le sue numerose avventure.

La loro meta era l’isola di Haiti, dove avrebbero trascorso le loro vacanze estive. Tutto stava andando alla perfezione e l’isola si stava avvicinando sempre di più, fino a quando, una notte, ci fu una terribile tempesta tropicale e la nave perse la rotta.

Il mattino dopo Simon si ritrovò steso sul ponte della nave completamente fradicio. Raggiunse il suo amico, steso sul pavimento poco più in là, e, per fortuna, anche lui stava bene. Si erano salvati. Purtroppo però erano gli unici ad essere sopravvissuti. Del capitano e degli altri passeggeri nessuna traccia. Probabilmente erano morti durante la tempesta.

“Cosa facciamo?!!” urlò Simon all’amico Jason. La nave ormai era completamente distrutta.

“Niente panico, ci sono io con te” disse Jason con tono sicuro.

“Sono un esploratore e per me ormai è normale trovarmi in queste situazioni” disse.

“Bene, allora trova una soluzione!” urlò Simon, sempre più nervoso.

“Ehm, sinceramente non saprei…” replicò Jason.

Dopo una lunga discussione i due amici decisero di dirigersi a nuoto verso un isolotto non molto lontano dalla nave, che ormai stava iniziando ad affondare. Dopo aver nuotato ininterrottamente Jason e Simon raggiunsero l’isola.

“Dobbiamo organizzarci.” disse Simon. “Da cosa cominciamo?” aggiunse rivolgendosi al compagno.

“Non ne ho idea, devo ammettere che i miei libri in realtà sono solo frutto della mia fantasia, non ho mai vissuto veramente le avventure che ho raccontato!”

Simon rimase pietrificato.

“Quindi sei solo un imbroglione!” disse arrabbiato, mentre la preoccupazione aumentava.

“Non importa. Non è il momento di litigare. Dobbiamo innanzitutto costruirci un riparo per la notte” disse Simon, cercando di calmarsi, respirando profondamente.

I due compagni raccolsero della legna, delle foglie secche e qualche pietra. In qualche modo Simon riuscì a costruire una piccola tenda, mentre Jason continuava a lamentarsi per il caldo e per la fatica.

Passarono alcuni giorni. Simon si occupava praticamente di tutto: al mattino andava a pescare e a raccogliere bacche e cocchi che trovava in giro per l’isola, mentre al pomeriggio raccoglieva della legna per accendere il fuoco.

Nonostante fosse solo un insegnante, scoprì di avere molte capacità e un ottimo istinto di sopravvivenza. Al contrario invece, Jason trascorreva tutto il giorno a lamentarsi e a pensare alla sua casa e al suo comodo divano, dove passava gran parte delle sue giornate.

Simon cercava di essere sempre paziente, determinato ed ottimista. Per non andare in panico continuava a ripetersi sempre la stessa frase: “Non preoccuparti, la polizia ti troverà prima o poi” ma non ne era del tutto convinto.

La sua speranza pian piano svaniva, di giorno in giorno.

Ogni mattina, appena veglio, alzava lo sguardo verso l’orizzonte, sperando di scorgere qualche nave o aereo dirigersi verso l’isola per salvarlo.

Ogni mattina, però, ciò non accadeva.

La notte non riusciva a dormire, pensava tutto il tempo alla sua famiglia, temendo di non poter rivedere più sua figlia e sua moglie.

Pensava in continuazione anche ai suoi alunni, che, in fondo, gli mancavano moltissimo, nonostante i terribili errori ortografici che facevano nelle sue verifiche.

Le giornate non passavano velocemente e Simon si indeboliva sempre di più. Non sarebbe riuscito a resistere ancora per molto in quelle condizioni, soprattutto perché, per sua sfortuna, non aveva un compagno particolarmente collaborativo.

La sua pazienza ormai era completamente svanita, ma la mattina continuava a guardare l’orizzonte, con un briciolo di speranza, nell’attesa di essere salvato.

Un giorno, per fortuna, accadde esattamente questo.

La polizia, dopo aver ritrovato la nave, incominciò a setacciare i dintorni, compresa quella piccola e insignificante isola deserta, dove Simon e Jason erano giunti.

Quando Simon tornò dalla sua famiglia fu contentissimo: era sopravvissuto ad un’esperienza che non capita a tutti. Passarono giorni, settimane e mesi, poi Simon decise di scrivere un libro sulla sua avventura. In questo modo avrebbe insegnato, soprattutto ai ragazzi, ad essere sempre ottimisti e coraggiosi e ad apprezzare la vita, un dono prezioso per il quale dobbiamo essere felici.

 

Maria Vittoria Nicora

Il 21 novembre 2017 si è svolta la corsa campestre d’istituto, iniziata alle ore 10.15 dai ragazzi del 2003-2004.

Prima dell’inizio della gara, come di rito, è stata scattata la fotografia di gruppo.

La corsa si è conclusa con la vittoria di Scolare Samuele di 3^C, il secondo posto di Parise Marco di 3^D e il terzo posto di Ruzza  Nicolò di 3^G.  

I primi arrivati passeranno alla fase successiva, ovvero la fase provinciale, che si terrà ad Arcisate. Tra loro vi sarà una riserva, Lombardo Mattia di 3^B.

Si segnalano le prestazioni di Agrijan Emanuele di 3^G e Torretta  Manriky di 3^D, purtroppo non classificabili poiché fuori fascia d’età.

La corsa campestre è finita alle 10,34.

Dopo la corsa i ragazzi hanno bevuto il thè  offerto dalla scuola e del comitato genitori.

In seguito hanno gareggiato i ragazzi dell’annata 2005.

La gara è iniziata alle 10.40 e si è conclusa alle 10.50. Già dall’inizio era in testa con un gran distacco Filippo Almasio di 2^C. La gara è terminata con il primo posto proprio di Filippo Almasio, il secondo posto di Vincenzo Perrucci di 2^A e il terzo di Simone Molica di 2^B.

E’ passato alla fase successiva solo Filippo  Almasio.

Dopo hanno gareggiato le ragazze dell’annata 2005, 2004, 2003, che hanno avuto un giro differente da quello dei maschi.

La gara è iniziata alle 11,10.

A metà giro era in testa Gaia Costantino di 3^C, che ha  mostrato la sua tenacia tenendo il primo posto fino alla fine, quindi, nella classifica finale, la ritroviamo al primo posto.

Al secondo posto troviamo Summa Camilla di 3^E e Cloe Rubinato di 2^E, con un finale emozionante tra le due, al terzo posto Calzavara Debora di 2^C, al quarto Sara Sgrò di 3^F e, come riserva, Alida Gattuso 3^F; la gara è finita alle 11. 25.

Subito dopo, alle 11.35, hanno iniziato a correre i ragazzi del 2006-2007, con numerosa partecipazione degli alunni delle classi prime, felici della loro prima corsa campestre.

Al primo posto si è classificato Locorotondo Alessandro 1^F, al secondo Bogani  Gabriele, al terzo  Khaldaune Yassine di 1^A, al quarto Mantovani Pietro di 1^D.

Infine hanno gareggiato le ragazze delle classi prime, dell’annata 2006-2007.

La corsa è iniziata  alle 12. 00.

A metà gara è passata in testa Nicolini Teresa di 1^C, che ha mantenuto la sua posizione fine alla fine, subito seguita, al secondo posto, da Antoniazzi Rebecca di 1^C e al terzo da Galli Alice di 1^E. Al quarto posto è arrivata Antoniazza Genet di 2^. Tutte e quattro sono passate alla fase provinciale, avendo come riserva Zacchetti Silvia di 1^E.

La classe con più partecipanti di tutto l’istituto, nonché la più numerosa tra le classi prime,  è stata la 1^E, con 21 partecipanti su 24 alunni, quindi l’87% del suo totale.

La seconda più numerosa è stata la 2^A, con il suo 50%, mentre la terza più numerosa è stata la 3^D con 15 partecipanti su 21.

Lavoro a cura di: Elena Stevenazzi, Aurora Tripodo e Casciana Aurora di 3^E 

L’aria fresca e pungente del mattino è sempre piacevole da sentire, almeno per me. Provoca quei piccoli e inaspettati brividi che obbligano a stringersi nel giaccone, in cerca di calore.                                                                                                                                                                                                                
Così, mentre sistemo il cappello da marinaio che ho in testa, mi dirigo a grandi passi verso la “Isabella II”, una caravella creata in onore della nostra regina. Questa nave porterà i miei compagni e me in viaggio verso le Indie, un luogo grazie al quale i sovrani potranno arricchire se stessi e il popolo, impoverito da brevi lotte interne.
Intorno a me si respira un’aria frizzantina, che è accompagnata dal solito e a volte nauseante odore di pesce.
Al porto c’è sempre un’atmosfera di festa e, talvolta, di scontro (tra i mercanti che discutono sulla merce da vendere e non).                                                                                                                                     
I marinai urlano parole alle persone per incoraggiarle a comprare la loro merce.                                                                                             
I bambini si nascondono impauriti dietro alle ampie gonne delle madri, che indossano abiti eleganti e portano complicate acconciature.
Raggiungo la “Isabella II” e la ammiro: il ponte è appena stato lucidato e le grandi vele combattono imponenti contro il vento, che soffia impetuoso da est, un vento che ci porterà fortuna.
Alcuni marinai stanno trasportando sulla nave una croce che verrà appesa nella camera del capitano.                                                  
Al timone vedo il solito, vecchio Will. Lo saluto lanciandogli un grido che lui ricambia con un cenno della mano.
Il vecchio Will è il più anziano del gruppo. Ha una cinquantina d’anni e tra i capelli castani, una volta biondi, si cominciano a notare dei ciuffi bianchi.
Il vecchio Will è nato e cresciuto sui ponti delle navi, diventando dapprima mozzo, poi marinaio e infine timoniere.   
Nessuno nota una cosa molto importante in lui e nessuno riesce mai a crederci: il vecchio Will è cieco. Non si vede perché lui conosce le navi come fossero le sue tasche e cammina da una parte all’altra del ponte con infinita sicurezza. Da quello che si dice in giro, il vecchio Will non ha mai toccato terra.
Arriva il capitano e tutti smettono di dare importanza al loro lavoro e fanno un saluto tipico del posto.                                                                                                                                                                                                                                    
Il capitano Thomas è una persona meravigliosa. È sempre di buon umore e tiene alto il morale del gruppo. Dà pacche sulle spalle a tutti, sorride persino ai mozzi e aiuta nei lavori di scarico.                                                              
Con il tipico cenno, che fa sempre a me, mi ordina di radunare il gruppo: è ora di partire.
Le onde si infrangono violentemente sulle pareti della nave mentre l’equipaggio si prepara a partire. L’ispettore regio guarda con convinzione davanti a sé, dopo aver lanciato un ultimo sguardo al porto di Cadice.
Ho sempre sognato fare parte di un equipaggio, provare il brivido dell’avventura.                                                                                                   
Le navi mi hanno sempre attirata, sin da bambina. La prima volta che misi piede su una nave avevo quattro anni.
Mio padre faceva parte dell’equipaggio, era un carpentiere.
Mia madre era l’unica donna del gruppo, ma era ben rispettata da tutti, persino dal capitano.
Ora, invece, al suo posto ci sono io, un’esploratrice che deve ancora entrare in scena, ma sarò davvero in grado di affrontare un vero viaggio? Quanti pericoli ci sono nell’oceano?                                                                                                                                                                     
Quanto coraggio avrò?
Faccio un respiro profondo e mi aggiungo alla squadra. Il tempo è già cambiato, i nuvoloni bianchi ora sono grigiastri. Il capitano fa un cenno al vecchio Will e la nave si stacca da terra.

Aurora Naso
Classe 2^E

Gli alunni  delle A.O.F. classe 2aB della scuola primaria Rosmini hanno pensato: perché non osservare un mazzo di fiori autunnali?

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